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"IO CIRCONCISO" - LE PENE PENICHE DEL CALIFFO


Le mirabolanti avventure chirurgiche del pene di Franco Califano. Dal libro "Il cuore nel sesso", Castelvecchi editore, in uscita...

A 28 anni mi ammalai di meningite virale. Fossi stato meno giovane non l'avrei scampata. All'inferno e ritorno: dopo cinque mesi passati a liberarmi della meningite ne iniziarono altri sei di una strana convalescenza.

Convalescenza. Per me è stato come un amore annoiante. Non vedevo l'ora di sfuggirla, di riprendere a lavorare a modo mio.
Lavorare come? A Roma ci sono tanti disoccupati e quando uno che aveva un posto si ritrova ammalato, non appena guarisce e vorrebbe rientrare, finisce per non ritrovarlo più. Lavorare come? A Roma con le parole sono in tanti a sbarcare il lunario, i guardamacchine, i politici, i posteggiatori, gli avvocati, gli assicuratori, i fruttivendoli. Non potevo entrare in questa fauna umana, me lo impedivano le mie attitudini ancora piuttosto misteriose, ma comunque presenti. I miei sentimenti sgangherati ma comunque esistenti.

La scuola Milanese che tanto mi aveva insegnato e che non volevo deludere. Lavorare come? Chi vuole trovare un minimo di spazio nel mondo della canzone, o in un altro ambiente, deve per forza passare per Milano. E' così che chiesi al Professor Consigli il permesso di tornarci, di continuare la convalescenza in una clinica del Nord. Lui esitò, io lo convinsi: "Se non sono morto la prima volta" gli dissi con la mia aria malandrina, "ti assicuro che non muoio più". Accordato.
Una elegante clinica di Milano mi prese in consegna. Le cliniche sono la mia seconda casa. Le visito a una a una come i cristiani fanno con i sepolcri nel giorno del Venerdì Santo. Per me, in questo periodo, è sempre Venerdì Santo.

Dalla clinica dovrei riallacciare i fili delle mie conoscenze, scrivere qualche canzone e proporla, scrivere qualche racconto e spedirlo. Purtroppo un incontro sconvolge la normalità della mia degenza. Ci ripenso e mi viene ancora da ridere. Adesso vi spiego meglio.
"Buonasera".
"Buonasera".
"Sono il dottor Di Nepi, sono di guardia di notte. Ha bisogno di niente? Se mi vuole spinga quel bottone".
"No, niente, grazie".
Il tipo è niente male: ha un'aria da persona perbene, la barbetta da studioso e una vaga miopia che lo rende più interessante, perlomeno a quelli di sesso maschile.

Ogni sera, puntualmente, si ripresenta, devoto e allampanato sulla porta della stanza. Fa quattro passi avanti e due indietro, tra il cha cha cha e l'hullygully. Ripete le solite cose. Aggiunge qualche particolare non richiesto sulla sua vita, diciamo sulla sua biografia. E' ebreo, ha il debole per le donne che giudica la chiave di volta per far ricominciare il mondo ogni giorno.
Pensa a chi lo dice...
Mi parla del suo lavoro, della sua grande passione per la medicina. Insomma mi parla. Precisa puntigliosamente particolari su questo o quel male, su come prevenirli. A gioco lungo mi rompe i coglioni. Sì, perché anche un giovane medico può rompere i coglioni mentre ti sistema qualche altra cosa.
Posso capire che di notte cerca compagnia e ha bisogno di scambiare quattro chiacchiere con qualcuno, ma, se i primi giorni resta a parlare per delle ore, fra cinque mesi che facciamo: dormiamo insieme?
La sera dopo indovina chi torna? Il dottorino. Provo a capire perché io sia diventato il suo soggetto preferito. Si fosse messo in testa che sono tagliato a studiare da medico anche io.
"Deve stare molto qui?" mi chiede una volta.
"Sei mesi lunghi", replico.
Lui sorride, allarga gli occhi, è contento. Ogni sera quando sento i passi lungo il corridoio dico tra me e me: "eccolo, adesso mi tocca cibarmelo", visto che non si rassegna nemmeno se faccio finta di dormire. Diventiamo amici o almeno lui si mostra tale. L'amicizia è la base delle mie confidenze, anche di quelle più terribili, anche di quelle più delicate.
Una sera gli confido che sto cercando di tirare fuori dal buio che ho dentro la scintilla per una canzone e lui, tutto serio, con la sua aria professionale mi fa:
"Tu dovresti tirar fuori il tuo uccello per metterlo a disposizione della scienza...".
´Perché? Cosa c'entra il mio uccello con la scienza?" chiedo. "E daje... e parla..." ribatto incuriosito.
Allora, tutto serio, fa: "Sono sicuro che tu non sei circonciso e, pertanto, nelle tue manifestazioni sessuali non sei completo, non riesci ad appagarti compiutamente. Non utilizzi nel migliore dei modi il tuo sesso. Poi, vedi, Franco, la circoncisione diventa principalmente un fatto d'igiene".

"Ma che ti sei impazzito? Ma ti va di prendermi per il culo... rompendomi il cazzo?". ´L'attrezzo è mio e me lo gestisco io" avrei detto allora se fosse stato adesso, rubando dal vocabolario delle mie amiche femministe.
Oramai la nostra amicizia è a questo punto. Ma il dottore non si perde d'animo, non indietreggia, anzi procede con la forza d'urto delle sue conoscenze e della sua cultura a trapanarmi il cervello.
Ogni volta che lo incontro, ogni sera che mi viene a trovare l'argomento è sempre quello: l'utilità massima di lasciarmi circoncidere, il bene supremo della circoncisione.
"Ah", dice, "in questo gli ebrei sono stati grandiosi. Non capisco perché, a voi che non siete ebrei, a te che sei romano, questi discorsi altamente scientifici possano disturbare. Io lo dico per il tuo bene, fatti circoncidere. Vedrai che mi ringrazierai".
"Amico mio, io sto bene così. Ti fossi davvero ammattito?".
Il mio interrogativo incubo continua a resistere, ma poiché lui non demorde, io comincio sempre più a suggestionarmi. Arriva pure l'ora, l'attimo, il momento della straordinaria decisione. Forse per sfinimento, forse per non averlo più davanti.
"Toh", gli grido, estraendo l'oggetto della discordia "lavoralo come fosse il tuo, fanne quello che ti pare".

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