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I MONOLOGHI DEL FALLO CALIFFO


"Ah, Califfo, ma che hai combinato, ma come, ci avevi un gioiello in mezzo alle gambe, gli mancava la parola e mo' te lo sei fatto rovinare. Facevano i concorsi solo per dargli un'occhiata e gl'hai cambiato i connotati?". Dal libro "Il cuore nel sesso", Castelvecchi editore, finalmente in libreria...

E' il 20 dicembre 1968, ore 23.00, di venerdì. Data storica.
Io circonciso. Il dottore mi ha assuefatto alle sue teorie, l'ebreo errante che s'è ficcato nella mia vita, scavando nella pietra dei miei convincimenti, sente forse arpe e violini nelle sue orecchie quando gli comunico che mi sono arreso, che ha vinto.
"Dai, sotto..." incalza, occhio baldanzoso, senza darmi tregua, prima si fa l'operazione e prima godrai i benefici. "Ma è da sveglio o da addormentato?" chiedo.
"Che domande. Si interviene con anestesia totale. E' una vera e propria operazione. Non lo sai?".

"No, che non lo so...". Oh Dio, che impressione! Mi viene naturale mettermi la mano fra le gambe, come a proteggerlo. Si è ritirato fino a sembrare un bottone del pigiama. Non lo trovo più. E pensare che io a questi problemi non ci ho dato mai peso, manco mi ha mai sfiorato l'idea.
"Male, male, non hai sufficiente cura del tuo corpo. L'organo, una volta circonciso, si magnifica, diventa più resistente, si amplifica".
Poi, tutto serio e gongolante, lasciò la stanza, mentre io rimuginavo le sue ultime parole.
"Si amplifica... diventa stereofonico... ma non scherziamo su... qui si parla di cose serie...".

Così, ogni volta che va via, penso con terrore al momento che agiranno sul mio "disturbo" (come lo chiamano i vecchi sarti) e, guardandolo con malinconia, a volte ci discuto.
Insomma, vorrei proprio deluderlo e rimangiarmi tutto, vorrei dirgli che c'è stato un equivoco, che ho capito male, visto che non mi ha mai tradito, che si è sempre comportato bene. Non sfreccierà come una Maserati, ma rimuove come un aratro.
Discuto tra me e me di questi problemi come un ossesso. I giorni scalano nella prospettiva dello storico appuntamento. Non ho il coraggio, però, di dire al mio dottore che ho deciso di scappare via. Magari proprio nell'ora fissata per l'operazione. Lui è sempre più convinto, più entusiasta, più invadente, più rompicazzo nel senso letterario della parola.

Ma il mio "affare" non è allegoria: dopo sospiri, indecisioni, paure, rimescolamenti, sussulti, finisco così per farmelo rompere al piano di sotto davanti a un'équipe di medici e di infermieri, visto che non ho trovato l'energia per oppormi all'asfissiante incalzare dell'ebreo del mio delirio.
E deve riuscire davvero un delirio, per le infermiere, guardare e scrutare l'operazione che dura cinquanta minuti, cinque minuti in più del tempo di una partita di calcio. Pensate quante azioni si possono organizzare là dentro, con i miei poveri, frustrati testicoli.
Via, sono fuori: il Califfo è finalmente circonciso. Adesso posso andare all'estero.

"Tutto è andato molto bene", mi dicono.
"Vorrei vedere. Se va male un'operazione del genere, mica puoi pensare di rifarla. Vi ammazzavo tutti!".
Attaccano con lo strazio delle prime medicazioni. Di notte non riesco a prendere sonno, come quando soffrivo di meningite. Il dolore adesso dalla testa di sopra è passato a quella di sotto. Ci ho le palle che mi scoppiano, in tutti i sensi. Forse per solidarietà. Ogni tanto mi ritrovo a parlare da solo come un matto.
"Ah, Califfo, ma che hai combinato, ma come, ci avevi un gioiello in mezzo alle gambe, gli mancava la parola e mo' te lo sei fatto rovinare. Facevano i concorsi solo per dargli un'occhiata e gl'hai cambiato i connotati. Speriamo bene per il futuro. E pensare che era tutto il mio orgoglio, la marcia in più. Ora, invece, sotto le bende e le garze riposerà sbrindellato, distrutto, livido come la faccia di un pugile suonato. Ora è la marcia in meno".
"La clinica degli ebrei. Pensa se ero tedesco!".

"Pazienza, porti pazienza", mi raccomandano le infermiere che vengono a farmi visita. Sono giovani, fresche, carine... " tanto, forse troppo tempo che non tocco una donna e ora la situazione la sono andata a complicare con le mie mani. Anzi, con le mani di uno scienziato.
Il viavai delle visitatrici in camice bianco e cuffietta si infittisce. Non faccio in tempo a chiudere un occhio che bussano, entrano, trasportano carrelli, attrezzi, vuotano il pappagallo... un casino. Quanto bromuro per non eccitarmi...
Ma come, ero malato, moribondo, e ora che m'avevano salvato ed ero in convalescenza mi sono ricacciato nei guai. Sono davvero un incosciente. Il dottore non si fa più vedere, è sparito. Missione compiuta.

In compenso, queste infermiere di cui prima, quando mi funzionava, ignoravo l'esistenza hanno scambiato la mia camera per un salotto e mi sorridono e chiedono maliziosamente come va e altri particolari. Non posso tralasciare di soffermarmi a guardare le loro medicazioni. Quando ci si affezionano, ci si affezionano davvero. Con maestria lo medicano, lo controllano, lo girano con soave delicatezza, annotano scrupolosamente nel bollettino di giornata i miglioramenti, controllano i punti che si sono resi necessari dopo la circoncisione.

Che bello, non vi pare? Dai, che viene su bene. E i miglioramenti sono lenti, graduali, anche se, per fortuna, il dolore terribile dei primi giorni va a scomparire. Passato il dolore, il mio tormento è uno soltanto. Anzi, più che di tormento si tratta di incubo. Un incubo facilmente comprensibile.
Come funzionerà? Riavrà la sua solita alzata di scudi? Perderà colpi? Ne sarò contento al punto di volergli ancora bene? Fra cazziatoni che mi faccio e ramanzine, metto in fila i miei interrogativi e guardo fuori. Il gusto di fare canzoni mi è andato via. Milano è ancora una volta nefasta per la mia carriera. Però mi piace. Mi ha dato tanto.

Le cure continuano e quando sto meglio - dall'operazione è già passato un mese - simpatizzo con un'infermiera di diciannove anni, florida, carnosa, simpatica, con due labbra da tutto. Un tipo, insomma, che non si formalizza di nulla.
A lei, le colleghe premurose e che capiscono, hanno lasciato il testimone per l'ultima settimana della mia medicazione. Io, che non voglio fare brutta figura e che già avverto impetuosi gli stimoli che ritornano, per non impazzire mentre mi tocca per le ultime cure, mi difendo di nascosto aumentando la dose quotidiana di bromuro.

"Stai tranquillo", mi dice, "t'hanno fatto davvero un lavoro artistico, un'operazione degna di un Califfo come sei..".
"E ti credo", ribatto io "se la stessa operazione l'avessero fatta a un altro, l'avrebbero fatta a tirar via... Come puoi ben vedere al mio manca quasi la parola...". Battute tanto per ingannare il tempo e la noia, mani che cercano quel culo di bonona tanto per ritrovare la dimestichezza con antiche abitudini. Ma no, debbo resistere, me lo prometto. Questa brava figliola è qui per lavorare, per guadagnare lo stipendio. Chissà che schifo le farà toccare e medicare ogni mattina un arnese col motore rifatto e con i punti appena assorbiti.

E invece no. Fu proprio lei a iniziarmi nel modo meno doloroso e pericoloso possibile. Mi coccolò con tenerezza rara e mi carezzò lentamente, da basso in alto e al contrario, come si fa di solito. Una splendida fanciulla al servizio della scienza e della chirurgia. Una giovane missionaria, alta espressione di umanità. Pensai che la medicina ha bisogno di creature simili e anche, una volta fuori, di aprire una boutique di circoncisioni con medicazioni a domicilio. Sai la grana...

Questa è l'ultima immagine della vicenda di me circonciso.
Episodio leggero che sarebbe piaciuto al Boccaccio. Non ci sono repliche e nemmeno bis. A volte quando ci penso mi viene il dubbio che, forse, la meravigliosa infermiera di diciannove anni fosse prevista dal copione, appartenesse all'ultimo stadio contemplato dal dottore ebreo della clinica per controllare le reazioni dopo un intervento delicato com'era quello cui mi ero sottoposto. Comunque, senza piangerci troppo sopra, posso garantire che il Califfo ha rimediato la solita bella figura, anche nella sua qualità di malato occasionale di quella casa di cura che per me è rimasta semplicemente la clinica del cazzo.

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