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DI(ZION)ARIO EROTICO
di Massimo Fini

A-B | C-D | E-F | G-L | M-N | O-R | S-Z

G

Gambe

Nessuno crederà seriamente che, nelle donne, servano per camminare. Sono due puri strumenti di lussuria creati per la dannazione dell'uomo. Se fossero fatte per quel che si dice, le donne non porterebbero scarpe con i tacchi, che valorizzano le linee del polpaccio e della coscia, alzano il culo, aiutano la statura, ma le costringono a procedere sulle uova, ondeggianti come barche all'ormeggio, intensificando così anche quel movimento ondulatorio delle anche e delle chiappe che costituisce una provocazione permanente e impunita. Cosa sono realmente le gambe lo sapevano bene in epoca vittoriana quando, con opportuna pudicizia, coprivano anche quelle delle sedie.

Gola (La)

È ferina. Insieme al ventre è la parte più molle, delicata, vulnerabile dei mammiferi. Il lupo offre la gola in segno di resa al rivale vincitore. Lo stesso significato ha l'esposizione della gola da parte della donna. La gola è anche un orifìzio collegato, attraverso l'esofago, lo stomaco, gli intestini, con quelli del basso ventre. Normalmente è considerata il foro d'entrata ma, guardando le cose dall'altra parte, può essere vista anche come quello d'uscita. Frasi come «Te lo faccio sentire fino in gola», «Vorrei che mi arrivasse in gola», abituali nel rapporto sessuale, esprimono, nell'eterno pendolo del gioco sadomasochista, il desiderio del maschio di trafìggere per intero, da una parte all'altra, il corpo della donna e quello di lei di essere trafitta. In quanto orifìzio la gola, nella donna, è alternativa naturale, agli altri due. Col vantaggio di trovarsi nella parte alta, intellettuale, spirituale del corpo, là dove si forma la parola, per cui la profanazione, la trasgressione, il disordine sono massimi. C'è a chi piace masturbarsi su di lei, stesa a terra a bocca aperta, e dall'alto versarle il seme in gola, usandola come un ricettacolo. Ma abitualmente l'uso sessuale della gola si esercita con la pratica del pompino che ha anche il vantaggio di tapparle la bocca, togliendole la parola e riconducendola senza possibilità di obiezioni («without arguments») alla sua condizione animale. Il bagliore degli orecchini così come il contrasto fra la delicatezza delle labbra e degli altri tratti del viso con la laidezza dell'organo maschile rendono ancor più sensibile la degradazione. E la donna, che tutto sa e nulla ignora, con la mano libera si scosta, in un gesto pieno di grazia, i capelli perché l'amante possa vedere meglio. In gola ci sono i denti che hanno - soprattutto quelli più nascosti, i molari - una funzione prettamente animale essendo destinati in modo esclusivo al compito fondamentale di triturare il cibo. E quindi, per il solito gioco dei contrasti, hanno un valore erotico. Guardare in bocca a una donna o a un uomo è uno degli atti più intrusivi e indecenti, come sa chiunque abbia esperienza di dentista. Un tempo, sui mercati d'Oriente, le schiave, a volte nobili dame europee cadute in mano ai pirati, come si racconta in Angelica, il best seller di Anne e Serge Golon, venivano esposte nude ai compratori che guardavano loro in bocca e in mezzo alle natiche per sincerarsi che fossero sane e trattare il prezzo. II cibo stesso, come tutto ciò che si lega in modo evidente alla corporeità, ha, com'è noto, un significato sessuale. Parecchi registi hanno trattato questo aspetto. Oltre La grande abbuffata di Marco Ferreri si può ricordare Tom Jones, un film di Tony Richardson (il capofila, insieme a Osborne, degli "arrabbiati" inglesi degli anni Sessanta) ambientato nel '700, dove due personaggi, Toni e la signora Walters (Albert Finney e Joyce Redman), in una scena diventata celeberrima, divorano l'uno di fronte all'altra la selvaggina portata nei loro piatti mimando e pregustando l'atto sessuale.

Gonna

È la donna. «Né strega né madonna solo gonna» recitava un fortunato slogan di qualche anno fa che reclamizzava una gonna-jeans. Invenzione diabolica, come la donna, nasce con lei. La portavano già nel Paleolitico. La gonna consente allo sguardo dell'uomo, che, come scrive Malaparte, «striscia sempre verso il sesso della donna», di insinuarsi, di infiltrarsi, di sbirciare e la obbliga all'autocontrollo, a tenere unite le gambe, a stare composta. E un estenuante "ti vedo e non ti vedo", condotto sul filo dei centimetri, sul gioco delle gambe, sul loro accavallarsi, con cui la donna allude, stuzzica, provoca con tranquilla coscienza e in piena legittimità perché non è colpa sua se il costume vuole che indossi la gonna e non una tuta da astronauta. La gonna è la malizia e la malizia, si sa, è donna. E quasi incredibile quanti segreti nasconda quel trapezio di stoffa che quando sta sull'appendiabiti è poco più di uno straccetto, ma indossato sembra difendere un territorio sconfinato e inesplorato (vedi Corpo) e quanto lungo e periglioso possa essere, soprattutto se lei è seduta, il viaggio della mano sotto la gonna verso il bordo delle mutandine, che un tempo aveva come esaltanti tappe intermedie l'orlo delle calze, i tiranti del reggicalze e il passaggio alla nudità della pelle. Oggi il collant, vera mina antiuomo, ha precluso quasi tutti questi giochi (vedi alla voce Calze). «Volevo i pantaloni» poteva dirlo solo una donna brutta, cretina e tendenzialmente lesbica. Oltre a impedire ogni incursione, il pantalone se è largo la rende informe, se è attillato la costringe ad abbandonare le mutandine («Perché si vedono!» strillano inorridite) per il tanga. Ma non sono la stessa cosa. Il tanga toglie il gusto del denudamento, non ha gioco, sta per definizione nel solco delle natiche mentre le mutandine, arricciandosi, vi si insinuano discretamente e segretamente durante il corso della giornata. E il culo, già di per sé ridicolo (vedi Culo) ne viene sconciato e ulteriormente enfatizzato come culo. Quando una donna è in bikini davanti a occhi altrui tende sempre, istintivamente, infilando con un gesto rapido gli indici nell'elastico delle mutandine, dietro, a rimetterle a posto. Non lo fa per pudore, per coprirsi ma perché si sente ridicola con le mutande infilate fra le chiappe (il ridicolo è sempre dato da uno squilibrio, uno scarto, uno scostamento, da qualcosa che dovrebbe essere in un modo e invece si presenta in un altro, vedi Riso). Ma questo gesto delizioso aggrava la situazione: perché rivela l'imbarazzo. E imbarazzare una donna è, in definitiva, uno dei massimi piaceri dell'uomo.

Grande scopatrice

Lei aveva trent'anni, era sposata con un alto dirigente di banca che, sull'esempio americano, stava introducendo in Italia la prima carta di credito, un tipo sulla quarantina, con occhi basedoviani, un po' da pazzo, e avevano tre bellissimi bambini biondi. Correva la metà degli anni Sessanta e loro praticavano la "coppia aperta" che nella Milano del dopo boom, dove cominciava a prillare un po' di benessere di massa, stava diventando di moda. Io, di anni, ne avevo ventuno. Lei mi faceva un filo aperto. Ma a me non piaceva. «E dai, buttati» mi disse un amico, «sembra che a letto sia formidabile, ha fama di grande scopatrice».
Ma questo me la allontanava ancora di più. Però che una donna così più grande di me (allora una donna di trent'anni, soprattutto se sposata, era una signora e non una ragazza come oggi), appetita, ricca, che mi scorrazzava sul suo spiderino o con la Mercedes del marito, intelligente e simpatica per giunta, mi dedicasse la sua attenzione, mi lusingava. Inoltre il mio rifiuto la attizzava e lei diventava sempre più pressante. Cedetti a metà. Gliene facevo fare di tutti i colori, ma io rimanevo sempre vestito e non glielo davo. Preferivo giocare ai soldatini con i suoi bambini. Oppure organizzare dei poker con i mie amici a casa sua, dandomela da uomo vissuto. Lei doveva servirci il caffè e il whisky e sparire. Durante la partita poteva entrare solo se la chiamavo col campanello che usava con la servitù, per spazzare, nei momenti di pausa, il tavolo verde, svuotare i portacenere o rendere altri piccoli servigi. Una notte, dopo uno di questi poker, completamente ubriaco cedetti alle sue insistenze. Fece onore alla sua fama. Si avvinghiava, si contorceva, si dimenava, si disarticolava. La cosa mi piacque pochissimo. Il marito era a conoscenza della storia, era anzi connivente e quasi la incoraggiava. Con me aveva un atteggiamento molto amichevole. Erano o no una "coppia aperta", disinibita, moderna, "sportiva"? Qualcuno diceva che lui era impotente. Ma a me sembrava improbabile, con quei tre bambini che oltretutto gli somigliavano come le classiche gocce d'acqua. Spesso i nostri maneggi si svolgevano con lui in casa, anche se non davanti ai suoi occhi. Avevano un bellissimo salone che una grande vetrata di cristallo separava da un'ampia terrazza piena di piante, anche piuttosto alte, e di rampicanti. Quella sera stavamo baciando, peraltro castamente, sul divano bianco. Due secchi colpi di pistola mandarono in frantumi la vetrata.
Al di là, nella penombra, fra le piante, intravidi il marito. Aveva gli occhi fuori dalle orbite e un'espressione spaventosa. Ci aveva spiati. Scappai vilmente e mi precipitai giù per le scale, ma quando arrivai davanti al portone mi resi conto che ero in trappola. A quell'epoca non esistevano ancora i pulsanti apri-porta, c'era bisogno delle chiavi. Suonai al primo che capitava. Aprirono, ma senza liberare il gancio della catena. Nello spiraglio vidi il volto spaventato di un uomo di mezza età.
«Mi apra, la prego». La porta si richiuse di scatto. Poiché però il marito non scendeva a finirmi risalii cautamente le scale, entrai dalla porta che era aperta come l'avevo lasciata. La casa era in silenzio. Le pareti e il soffitto erano tutti schizzati di sangue. L'uomo stava seduto sul divano, pure intriso di sangue, e si teneva la mano maciullata. Non c'era nessuna pistola. Per la rabbia aveva dato due gran pugni alla vetrata che era andata in mille pezzi. LO CARICAI sulla mia macchina e lo portammo al Pronto Soccorso del Fatebenefratelli. Mentre, in sala d'attesa, aspettavamo che lo medicassero sentimmo venire, di là dalla parete sottile, due urli terribili. «Gli stanno dando i punti» disse lei, con un filo di voce. Mi sentii un verme. Lo ero. Sono passati trentacinque anni ma, quado ci penso, quei due urli, che non erano solo di dolore mi risuonano nitidissimi nelle orecchie. Da allora non ho più ripetuto esperienze del genere e la "coppia aperta" l'ho lasciata agli altri (vedi anche Hotel).

Guerra, Amore & Morte

Guerra e sesso sono antipodi. Il sesso è la vita, la guerra è la morte. La guerra è da maschi, il sesso delle femmine. La guerra è il grande gioco, il gioco che l'uomo si è inventato per assecondare il proprio senso di morte e, insieme, liberarsene («Ho pensato molto alla morte, ma da quando mi batto non ci penso più», Malraux). La guerra, finché è stata tale, cioè fino a quando non è diventata una questione di macchine e di tecnica, era una faccenda per soli uomini, i quali mettevano alla prova il proprio coraggio, il valore, l'onore, categorie che, di per sé, non dicono nulla alla donna (La donna non sente alcun bisogno di provare il proprio coraggio, ce l'ha, se occorre, e basta. Non lo considera, per quel che la riguarda, un valore, lo ammira, semmai, nell'uomo come segno di quella virilità che sola davvero le interessa). La guerra è un gioco omosessuale. E "gioco di adolescenti crudeli" la chiama infatti il polemologo Franco Cardini riferendosi al certamen cavalieresco che ha segnato l'apogeo dell'ideale guerriero. Nel combattimento l'uomo trova quell'ebbrezza che il sesso, dominio della donna, non gli può dare con la stessa pienezza. La guerra è erotismo sublimato da cui il sesso e la donna sono rigorosamente esclusi. I bambini, che sono maschi allo stato puro, mentale, non ancora sviati dal desiderio sessuale, giocano con i soldatini, con le pistole, con gli archi e le trecce, con le cerbottane, con le fionde, le bambole gli fanno schifo: non appartengono, al pari della donna, al mondo maschile. In molte comunità primitive i giovani guerrieri, dopo i riti di iniziazione, vanno a vivere in "case degli uomini" isolate dalle altre abitazioni e dal resto della popolazione. A loro è richiesta la castità, perché l'energia maschile non vada dispersa. Sono considerati "i veri uomini" laddove chi non ha subito il rito di iniziazione guerriera è assimilato, qua- lunque ne sia l'età, al corpo informe delle donne, dei bambini, delle bestie. Senza spingerci cosi lontano nell'etnologia, anche nel Medioevo cristiano l'Ordine dei Templari è un corpo di guerrieri votati alla castità (almeno in teoria, perché poi, nella pratica, per resistere all'eterno femminino" ci vogliono veramente due palle da guerriero o non averle affatto).
Se nella società occidentale contemporanea la guerra ha ricevuto, per la prima volta nella storia, una scomunica radicale (anche se comraddittoria: noi facciamo la guerra per impedire ad altri popoli, con diversa storia, tradizione, cultura, mentalità, temperamento e vitalità, di farsela fra loro in santa pace, vedi Bosnia e Kosovo) non è solo perché la guerra moderna, con la perenne minaccia della Bomba e l'uso di armi tecnologiche asettiche e micidiali, è diventata improponibile, si è denaturata e non soddisfa più le pulsioni cui un tempo dava sfogo, ma anche perché questa società, con la vertiginosa ascesa della donna, è permeata da un'ideologia femminile. L'intero Occidente è diventato matriarcale come il Paese di punta del suo modello, l'America.

H

Hotel (Grand')

In Casanova '70 Mastroianni, che interpreta il celebre libertino in chiave moderna, non può eccitarsi e fare l'amore se non in una situazione in cui corre il rischio di essere scoperto. Anche senza arrivare alla patologia gli altri hanno, in vari modi, una notevole importanza nel gioco erotico. Il desiderio altrui verso la donna che ci sta a fianco accende e potenzia il nostro. Scendere con una bella donna al piano bar di un Grand'Hotel, dove in genere sostano uomini soli ma di un certo tono, sentire i loro sguardi su di lei, sapere per certo (perché ci si è trovati tante volte nella stessa situazione) che in quel momento si accontenterebbero anche di intravederle un seno, di poterla sbirciare sotto le vesti, e poi, di sopra, in camera, prenderla nel modo più turpe, mentre quelli stanno ancora là sotto, al bar, facendosi magari delle fantasie, è un piacere gratuito che gli altri ci regalano. Le donne, quando fanno l'amore o giochi hard o si masturbano solitàrie, hanno di solito un esibizionismo generico, immaginano cioè di essere viste da una folla anonima di persone. La fantasia può essere resa più concreta liberando la finestra dalle tende. Alle volte, a seconda del piacere di lui o di lei, il guardone immaginario può anche avere un volto e un nome. La camera da letto è quasi sempre popolata di fantasmi (a cominciare da quelli, inconsci, dei genitori), anche se è un bruttissimo segno quando i due, facendo l'amore, pensano segretamente a un terzo (è il tema di Pazza idea di Patty Pravo). D'altro canto la coppia, se è insieme di lungo tempo, ha quasi sempre bisogno di stimoli che vengono dall'esterno. E' pericoloso però passare dall'immaginario al reale introducendo nel gioco a due altri individui in carne e ossa. Perché si sa come si comincia
ma non dove si va a finire. Il marchese Casati Stampa (l'antico proprietario della villa di Arcore poi passata, in modo non del tutto chiaro, nelle mani di Berlusconi) si eccitava molto a osservare la bella moglie mentre si esibiva davanti ad altri o si faceva fottere. Ma un giorno la signora si innamorò di uno di questi amanti teleguidati e il gioco sfuggì di mano all'imprudente marchese che, folle di gelosia, fece una strage: con un fucile da caccia uccise la moglie, l'amante e si suicidò.
Vista dalla parte dell'uomo, se proprio si vuole giocare pesante, meglio inserire, come terzo, una donna. Si corrono meno rischi.

I

Ideale

Si sta fra una donna ideale, che non si può avere, e una reale, che non si può amare. That is the question.


Imperfezione

La bellezza deve essere imperfetta. Non a caso Venere è strabica. La perfezione respinge l'uomo, lo intimorisce, lo allontana. Può essere guardata solo a distanza, adorata, ma non toccata, come nell'"amor cortese" medioevale. Beatrice non può essere scopata. Una lieve imperfezione rende la donna, che è tendenzialmente un essere di un altro pianeta, un'aliena, più umana, più abbordabile, più domestica, più compagna di scuola, più "vicina della porta accanto". Il vero fascino viene dall'imperfezione, da un qualche difetto, che distingue la donna da una bambola gonfiabile, da una replicante. Nei primi anni Ottanta frequentai per qualche tempo Catherine Spaak che a quell'epoca voleva farsi mettere a posto i due dentini davanti accavallati. Le dissi: «Tu sei matta, Cat, noi ti abbiamo amata per quelli». La perfezione è pericolosa. Porta a idealizzare la donna e quindi basta un nonnulla per far svanire l'incanto. In un romanzo di Jack London lui ama per dieci anni, non corrisposto, una donna bella come una dea. Ma quando la dea si decide a cedere e apre la bocca per dirgli finalmente di sì, mostra, inframmezzata fra i denti candidi e perfetti, una minuscola fogliolina di insalata. Fine dell'innamoramento.

Impressioni

Secondo un vecchio detto «la prima impressione è quella che conta». Per quanto possa sembra strano, una superstizione popolare, è proprio così. Una donna, al primo incontro, ti fa una determinata impressione che poi, ad una conoscenza meno superficiale, viene modificata o addirittura ribaltata. Se la donna è sufficientemente profonda questi mutamenti potranno essere numerosi, tanti quanti sono gli strati della sua personalità, ma quando lo scandaglio toccherà il fondo, l'ultima percezione, quella definitiva, coinciderà fatalmente con la prima. Se una donna, di primo acchito, ti appare stronza (in senso relativo naturalmente, secondo te, magari lo stronzo sei proprio tu), alla fine, per quanto tortuoso sia il percorso, risulterà stronza.

Imprinting

Le primissime emozioni erotiche vissute dal preadolescente o dall'adolescente (quelle oscure e inafferrabili dell'infanzia le lasciamo al lavoro, non sempre pulito, degli psicoanalisti) sono determinanti per il successivo sviluppo della sessualità, soprattutto nei maschi. La preferenza per questa o quella parte del corpo femminile, per un indumento, per una situazione, per la composizione alchemica di certe componenti dell'eros a scapito di altre, deriva da quelle prime sensazioni. Particolarmente circuitante è l'incontro erotico, anche se puramente immaginario, o forse proprio per questo, dell'adolescente con la donna adulta. Chi, da ragazzo, non è stato colpito in modo indelebile, nella propria fantasia sessuale, da certe ambigue contiguità con l'amica di famiglia, la vicina di casa, la bagnante che condivideva la cabina, la zia carina? Queste impressioni non si cancelleranno più dalla mente, ricettiva e plasmabile come l'argilla, dell'adolescente che, divenuto adulto, cercherà, più o meno inconsciamente, ma ossessivamente, maniacalmente, di riprodurre le situazioni che diedero origine a quei primi turbamenti (Sul tema vedi il bel film di Leconte, II marito della parrucchiera).

Innominabile (L')

È la fica. Insieme alla bestemmia è il tabù dei tabù. Il suo nome non si può pronunciare in pubblico né, tantomeno, scrivere. In una famosa trasmissione condotta da Raffaella Carrà, uno scatenato Roberto Benigni ne gridò in Tv tutti i sinonimi possibili e immaginabili, anche i più volgari, ma davanti a "quel" nome anche lui si arrestò. Se non l'avesse fatto ne sarebbe nato uno scandalo nazionale come quando Mastelloni si lasciò sfuggire una bestemmia in Tv e, insieme alla conduttrice del programma, Stella Pende, fu escluso per sempre dal piccolo schermo.
L'interdetto non è altrettanto forte per il cazzo, termine che anzi viene usato abbastanza di frequente nel linguaggio colloquiale anche dalle donne («Che spettacolo del cazzo», «Che cazzo fai?» oppure come interiezione ed esclamazione: «Cazzo!»). Persino il più austero e pudibondo dei giornali nazionali, vera sentina di ogni ipocrisia, il «Corriere della Sera», si avventura talvolta, riferendo un dialogo, e quindi scaricando su altri la responsabilità, in un "c..." seguito dai tre canonici e comici puntini. Ma "f..." non si è visto mai. È una conferma che la fica, anche solo evocata, è infinitamente più oscena del suo dirimpettaio e incute un timore reverenziale e un rispetto che il cazzo, molto più domestico e tranquillizzante, non suscita (Almeno in Italia, paese mammone. In Spagna, per esempio, si usa "Testa de cono" al posto del nostro "Testa di cazzo").

K

Kamasutra

Niente di più deprimente, per un maschio, di dover fare faticose acrobazie per accontentarla. Alimenta il suo sospetto di star svolgendo un lavoro non retribuito.
Perché certe posizioni, come quelle dette dell'"amplesso invertito" dove lui sta fermo ed è lei che si agita, possono essere una variante eccitante per l’uomo? Perché è come se le dicesse: «Io ti do il cazzo, ed è già tanto, ma adesso, se vuoi godere, sei tu che ti devi dar da fare, che devi mostrare senza possibilità di equivoco che ti piace e che sei solo una gran troia». E in effetti in queste situazioni il rapporto appare rovesciato: è l'uomo, e non la donna, che si fa prendere. Ma è una rivincita solo illusoria. Perché, in qualunque posizione si metta lui o metta lei, il maschio, come dato di fondo e sostanziale, è sempre preso.

Kant

«La donna non si preoccupa della continenza dell'uomo prima del matrimonio; all'uomo invece importa infinitamente molto la cosa da parte della donna». Perché alla donna interessa avere un compagno che la sappia scopare. L'uomo invece, a meno che non sia giovanissimo e quindi autorizzato ad imbarcarsi sulla "nave scuola", diffida della donna troppo esperta. Non tanto per gelosia retrospettiva, che pur in alcuni individui esiste, o per un siculo orgoglio che è ormai storia d’antan, né per paura di corna future che nessuna verginità può scongiurare, ma perché teme il confronto con altri maschi e sa che non può bluffare.

Karakiri

Pietosa e brutalmente sincera è la mantide o la Vedova Nera che uccide il maschio durante l'amplesso, dopo averlo usato. Gli risparmia una lunga agonia e un'angosciosa coazione a ripetere.

L

Lacrime (femminili)

Irresistibili. Disarmanti. Eterno e impareggiabile strumento di seduzione, d'inganno e di ricatto che la donna utilizza a piene mani, se si può dir così, sfruttando la propria emotività che con fragilità fa solo rima. Insincere anche quando sono autentiche. Bisognerebbe estrarre la pistola al primo singhiozzo. Invece ci si arrende senza condizioni.


Lifting

Una sera d'estate di qualche anno fa mi trovavo a cena a Roma con Luca di Montezemolo, la bella, simpatica e per niente spocchiosa Edwige Fenechée l’amministratore delegato dell'Espresso», Marco Benedetto. I tavoli, all'aperto, erano molto vicini e proprio dietro di me, quasi a contatto di gomito, sedeva un'attrice che era stata famosa negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta. Era ancora bellissima. La pelle liscia, luminosa, i tratti perfettamente disegnati. Mi misi a chiacchierare con lei. Ma a mano a mano che la conversazione, molto amabile, procedeva sentivo crescere in me un'inquietudine, un disagio, un senso di repulsione e quasi un ribrezzo di cui non riuscivo a capacitarmi. Poi capii: da quel volto di trentenne mi guardavano due orribili occhi di vecchia.

Lupo (cattivo)

E l'eterna e predestinata vittima di quella troia di Cappuccetto Rosso. Non si va in giro a quella maniera lì, con l'aria ambigua dell'androgino e della più falsa innocenza, canticchiando e, per soprammercato, con un cesto di fragole, se non per essere divorate dal primo che passa. Lui, come sempre, ci rimetterà la pelle. La favola di Cappuccetto Rosso dovrebbe essere ficcata in testa, a martellate, ai maschietti, non alle femminucce. Loro la conoscono già benissimo.

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