DI(ZION)ARIO EROTICO
di Massimo Fini
A-B | C-D |
E-F | G-L |
M-N | O-R | S-Z
M
Mano
Una volta si diceva «chiedere la mano». Come eufemismo non
c'è male.
Mano (morta)
Chi non l'ha fatta, almeno una volta, alzi, appunto, la mano. E gli
verrà mozzata per menzogna manifesta e impudica. Prediletti erano
i tram e di autobus particolarmente affollati. Benedette le ore di punta.
Adocchiata la preda, cominciava una lenta e faticosa manovra di avvicinamento,
anche perché bisognava vincere la concorrenza di altri maniaci,
praticamente tutti i maschi puberi presenti sul tram. L'approccio non
poteva essere che proditorio, alle spalle. L'obiettivo massimo era saggiarle
il solco delle natiche o sentire sotto la stoffa della gonna il rilievo
del bordo delle mutandine. Lei non protestava. Subiva in silenzio, non
si è mai capito se per vergogna o per altro. Per chi esagerava
c'era un'occhiataccia, di quelle occhiate fredde, gelide, pietrificanti,
da Medusa, che solo le donne, anche le più implumi, sanno scoccare.
Ma i ragazzi con la cartella, che oltretutto obbligava la mano ad altezza
opportuna, erano i meno sospettati. A torto, perché sono più
bavosi dei vecchi. Il meglio però erano le ragazze di poco più
grande dell'età della tua sorella maggiore, che venivano a dare
ripetizione, di latino, di greco, di matematica, di inglese. C'era da
andar male a scuola solo per questo. Mentre le teste erano pericolosamente
vicine, chine sui libri, sotto il tavolo si svolgeva un'altra lezione.
La mano (morta, mortissima, viva, vivissima) si insinuava cautamente
sotto la gonna e cominciava una lenta risalita che durava tutta l'ora
della lezione. Ogni tanto la voce di lei si incrinava. A volte assumeva
un tono di rimprovero che apparentemente era diretto alla declinazione
sbagliata ma in realtà voleva dire: «Sei andato troppo
in là, ritirati». Il limite invalicabile era, come sempre,
il bordo, leggermente pizzettato delle mutandine. Solo una volta, d'estate,
al mare una certa Gianna, un'ebrea bruna e pelosa, dal temperamento
lascivo, che, con la scusa del caldo si sollevava fino a metà
gamba la sottana, sotto la quale accadeva di tutto, non potendone più
di quell'ambiguità e di quel tormento, si scosciò improvvisamente
mostrando le mutandine bianche zuppe. Dava ripetizioni di latino.
Masturbazione
Secondo Karl Kraus (Detti e contraddetti) il coito è un surrogato
della masturbazione. In teoria è perfetta, perché non
costa fatica, non vuole umidicci contatti, ripugnanti intimità
mentre offre il massimo spazio all'immaginazione. L'oggetto del desiderio
si presta a ogni fantasia, si apre alle più spettacolari divaricazioni,
si piega a ogni ordine. Ma in questa assenza di limiti sta il suo limite.
Manca l'ostacolo, la resistenza, il rischio e quindi l'emozione. C'è
eccitazione a corteggiare una donna se ti può dire di no (per
questo, sia detto di passata, il rapporto con prostitute è, dal
punto di vista erotico, incomprensibile. Vedi Prostitute). C'è
piacere a piegarla a qualche nefandezza se si deve superare una difesa,
vincere una riluttanza, bypassare una remora, domare un ritegno, violare
un pudore. La mancanza di ostacolo svuota la fantasia masturbatoria
e la rende sterile. Per la verità però il gioco erotico
è sempre una masturbazione per l'uomo che semplicemente materializza
in una donna in carne e ossa le sue fantasie e il suo personalissimo
film. Nei cosiddetti preliminari l'uomo usa la donna per masturbarsi,
come fa con una fotografia. Eros e masturbazione sono perciò
giochi solitari anche quando si fanno a due e quindi, alla fine, sostanzialmente
deludenti. Ma non è solo per questo, o per il terrorismo dei
preti sugli adolescenti, che il rapporto sessuale completo, perlomeno
nell'immediato post coitum, appaga e la masturbazione no. La masturbazione,
come il gioco erotico, appartiene all'area del piacere, il coito a quella
del dovere. Ora, il piacere lascia sempre parzialmente insoddisfatti
perché, essendo indefinito, rimane comunque la sensazione che
potesse essere meglio. Mentre il dovere, in qualsiasi campo e quindi
anche in quello sessuale, ha un contenuto definito, stabilito, determinato,
preciso, tecnico (del coito si può addirittura dare, e si dà,
una definizione giuridica - è limmissio penis - del piacere
no). Se quindi non si può mai essere certi di aver soddisfatto
interamente un piacere, questo è invece possibile col dovere.
La consapevolezza del dovere compiuto è perciò per l'uomo
- che vive nella regola, per la donna il discorso è diverso,
quasi opposto - la sola situazione che dia una soddisfazione piena,
senza dubbi- Detto in soldoni: se la scopi hai almeno la coscienza a
posto, se ti masturbi no.
Masturbazione (femminile)
E' meno frequente di quella maschile, si dice. In apparenza. E
solo più nascosta e segreta come tutta la natura della donna.
Lei lo può fare anche stringendo le gambe o appoggiando il ventre
allo spigolo di un tavolo o di un calorifero. Quando si masturba, per
così dire, apertamente il modo più usuale non è
di mettersi un dito dentro, ma è uno sfiorare a palmo aperto,
con medio, indice e anulare uniti, mentre il pollice e il mignolo sottile
si divaricano, il clitoride e le labbra, un battito leggero e febbrile
come quello delle ali di una libellula. In una donna che si accarezza
c'è qualcosa di delicato, di commovente, una tenerezza verso
se stessa estranea alla rabbiosa masturbazione del maschio. Sia perché
la donna si ama di più, ama di più il proprio corpo e
lo conosce meglio (è il punto a favore dell'amore saffico rispetto
alle goffe intrusioni maschili), sia perché in lei non c'è
il senso di spreco che prende l'uomo, quando, come Onan, si corrompe
a terra, per aver sparso quel seme che è la vita e anche, più
concretamente e cinicamente, per aver sparato a vuoto un colpo che era
forse meglio tenere in canna.
Matrimonio
È la tomba dell'eros più che del sesso. Innanzitutto perché
istituzionalizza la trasgressione, il che è una contraddizione
in termini. In secondo luogo gli atti trasgressivi si vanno via via
depotenziando per effetto dell'abitudine. Nel matrimonio, o comunque
nel rapporto di coppia stabile, bisogna ricostruire ogni volta il teatrino,
ma a lungo andare le quinte cadono a pezzi, la trama, sia pur variata
in tutti i modi, mostra la corda, i burattini si rivelano per quello
che sono. Ecco perché l'avventura rapida e fugace è così
eccitante: l'effetto dissacratorio è molto più forte («Ma
come? Fino a un momento fa non ci conoscevamo neppure, tu eri lì
bardata nei tuoi vestiti, compresa e orgogliosa del tuo ruolo di donna,
e adesso ti sei fatta tirar giù le mutande e ficcare un dito
nel culo?»). E esaltante rompere il giocattolo nuovo, rompere
sempre lo stesso giocattolo alla fine stufa. Nell'avventura però,
esauriti i preliminari, cioè il gioco prettamente erotico, quasi
mai il rapporto sessuale vero e proprio è soddisfacente (anche
se il deficit sensuale può essere compensato dall'eccitazione
psicologica). Infatti l'abitudine se gioca contro l'erotismo va favore
del sesso. I corpi imparano a conoscersi e a riconoscersi, ad accettarsi,
a calibrarsi, a individuare e sfruttare i rispettivi punti deboli. E
tale processo di approfondimento dura più a lungo di quanto non
si creda. E uno dei motivi - oltre, naturalmente, a quelli sentimentali,
affettivi, di interesse, di comodità, di quieto vivere - per
cui il rapporto di coppia non si rompe dopo pochi mesi o addirittura
dopo poche settimane, come avviene in genere quando è basato
esclusivamente sull'erotismo (non a caso un film, peraltro abbastanza
banale, che tratta la questione si intitola 9 settimane e 1/2). Anche
la nascita dei figli deprime l'eros. La donna diventa per il maschio
un oggetto sacro, quasi intoccabile. Se durante gli ultimi mesi di gravidanza
e il periodo del puerperio è sconsigliato o addirittura proibito
avere rapporti sessuali ciò è dovuto certamente a motivi
medici e igienici, però il verboten collima anche con la situazione
psicologica del maschio che ha difficoltà ad avvicinare la donna
quando questa è investita dalla sacertà della maternità*.
E l'interdetto, per quanto attenuato, continua anche dopo. Non si possono
fare scherzetti troppo sudici alla madre dei propri figli. Una cosa
è avere a che fare con una donna potenzialmente feconda, altra
con una dal cui corpo - e proprio dal recesso in cui a concentra la
sua sessualità e si appunta la maggior pane degli appetiti e
delle immaginazioni maschili - è uscita la vita (la pratica moderna
che vuole che l'uomo assista al parto della propria compagna è
demenziale). La fica da luogo di piacere (sia pur pauroso, vedi fica),
diventa oggetto sacro**. Se l'uomo non riesce a superare
questa impasse psicologica la coppia entra in crisi. Non sono affatto
rari i casi di relazioni coniugali che si sfasciano proprio alla nascita
di quel primo, desideratissimo. figlio che doveva cementarle. Ma anche
senza arrivare a questi estremi l'attività erotica e sessuale
dei due può ridursi al minimo, ad un obbligo penoso, ed entrambi
cercheranno fuori quelle sollecitazioni che non trovano più nel
letto coniugale. Perché, come suoi dirsi, la donna deve essere
signora di giorno e puttana di notte***. Ma, soprattutto,
deve essere resa puttana (lei lo è di suo, comunque) e se all'uomo
viene meno questa voglia e questa molla, e la rispetta troppo, tutto
il meccanismo erotico si inceppa. Questo è sempre stato il problema
del matrimonio borghese, da cui discendono l'adulterio sistematico di
lui e i bovarismi di lei.
In epoca preborghese - a meno che non si voglia risalire alla società
romana, per molti aspetti, compresi quello mercantile e sessuale, assai
simile alla nostra le cose erano congegnate e compensate meglio.
Innanzitutto nel rapporto sessuale la componente istintiva, fisica,
fisiologica, biologica prevaleva su quella psicologica ed erotica. E
vero che, come scrive Ariès, anche nel Medioevo c'era una netta
differenza tra il rapporto sessuale coniugale ridotto al solum coitum,
e destinato prevalentemente alla procreazione, e quello extraconiugale
dove ci si sbizzarriva di più «con carezze interminabili,
instancabili leccamenti, baci dolcissimi». Ma, come si vede, si
trattava pur sempre di attività fisiche, non mentali, non erotiche
in senso stretto. La differenza fra rapporto coniugale ed extraconiugale
era solo quantitativa, non qualitativa. In secondo luogo, e direi soprattutto,
era completamente diversa la concezione e la funzione della famiglia.
Quegli uomini e quelle donne erano preparati psicologicamente e mentalmente,
per motivi di interesse ma non solo, ad avere molti figli. Fatto il
primo non c'era un tracollo della tensione erotica, dato che questa
aveva una parte marginale nel rapporto, e tutto filava sull'onda di
una sessualità più naturale. Avuto il primo figlio era
più facile arrivare, sullo slancio, al secondo, al terzo, al
quarto, al quinto e oltre.A questo punto, vicina alla menopausa, la
donna, non insidiata, a differenza di oggi, dal mito dell'eterna giovinezza,
si disponeva abbastanza serenamente alla vecchiaia mentre l'uomo - che
nel sesso è maggiormente mentale e ha quindi una pulsione erotica
che si protrae più a lungo nel tempo - esauriva le ultime velleità
con qualche bagatella. Ma non era disposto a sacrificare la ricchezza,
sentimentale, affettiva, emotiva e anche economica, di una famiglia
così numerosa, il complesso degli stimoli e anche il divertimento
che gli venivano dalle interrelazioni fra i suoi diversi componenti,
dai loro legami e dai loro conflitti, e insomma dal variegato microcosmo
che si era costruito, per un' avventuretta di poco conto. È chiaro
invece che la famiglia di oggi, mononucleare, con un solo figlio, basata
sull'eros più che sul sesso, tenuta insieme dal labile legame
sentimentale piuttosto che dà più solide ragioni di interesse,
bombardata da una pubblicità asfissiante che presenta prototipi
maschili e soprattutto femminili inarrivabili, di fronte ai quali il
proprio partner rivela tutta la propria insufficienza, formata da individui
convinti da una propaganda martellante che l'età non conta, quasi
che l'uomo fosse diventato immortale, e che quindi si è sempre
in tempo per nuove storie, nuovi rapporti, nuovi progetti di vita, be'
è chiaro che una famiglia simile è molto più fragile
e, come di fatto avviene, predisposta ad andare in frantumi al primo
urto.
Mattino
Le donne non amano che al mattino si ricordi loro quel che hanno fatto
la notte. Lo hanno rimosso. Vestite per uscire ti guardano con aria
da impunite e gli occhi limpidi di chi ha la coscienza tranquilla. Pare
impossibile che sotto quegli abiti ne siano successe di ogni. E ti rendi
conto che ti toccherà ricominciare tutto da capo.
Mestruazioni
Solo un uomo dagli istinti deviati può scopare con una donna
mestruata. Non è l'orrore del sangue "impuro". C'è
anche questo, ma il fatto determinante è che le mestruazioni
sono la manifestazione più evidente e visibile che la donna è
un essere fecondo, che è esattamente ciò che inquieta
l'uomo. Poi, certo, c'è anche l'aspetto estetico; la fica è
già orrida di per sé (vedi Fica), pretendere che la si
frequenti anche quando piscia sangue, in mezzo al quale c'è quell'entità
terrorizzante che è l'ovulo, è un po' troppo. Una volta
le mestruazioni erano il tabù dei tabù per le donne, la
cosa inconfessabile e segreta da tenere ermeticamente nascosta al mondo
maschile. Oggi le donne sono molto più disinvolte con le proprie
mestruazioni, ne parlano senza inibizioni anche con gli uomini e alle
volte arrivano anche a mostrartene le tracce sulle mutandine (a conferma
che il pudore - vedi voce - non è femmina, ma una sovrastruttura
culturale). In quanto alla pubblicità non fa che proporre pannolini,
con le alette e senza alette, con adesivo e senza, così come
un'azienda di acque minerali va avanti da anni all'insegna dello slogan,
affidato naturalmente a belle ragazze, «si è belli fuori
se si è puliti dentro». Ora, va bene essersi liberate dall'ossessione
di fatti che sono semplicemente naturali. Ma est modus in rebus. Così
è diventato tutto molto spoetizzante e anche deerotizzante. Mestruazioni
a parte - che sono comunque intollerabili per il maschio perché
affondano le radici nei suoi timori e ribrezzi atavici -, l'uomo è
un bambino che prova una irresistibile curiosità per l'oggetto
misterioso chiamato donna, gli piace pure vedere come fa la pipì
e la popò (anche perché, sotto sotto, non è convinto
che le donne, almeno quelle belle, la facciano davvero, vedi Orgia),
ma il tutto deve rimanere in un ambito d'eccezione, di effrazione, di
proibito, di segreto, di intimità complice. Se viene sbandierato
e banalizzato il gioco è bell'e smontato. Se le donne continuano
a sbatterci in faccia le loro tette, i loro culi, le loro pipì
e persino i loro pannolini non possono poi pretendere che ci venga anche
duro. Su Internet si può trovare una rivista, «Bleed»,
fatta da donne e rivolta alle donne, interamente dedicata alle mestruazioni.
II suo logo, se così si può chiamare, è costituito
da tante goccioline di sangue in movimento.
Misogino
Ha capito tutto: loro ci guadagnano sempre. E non si presta. E il vero
sadico.
Mistero
«Oh, ne passeranno ancora dei secoli nel bailamme della libera
intelligenza, della scienza umana e dell'antropofagia, perché,
avendo cominciato ad edificare la loro torre di Babele senza di noi,
andranno a finire con l'antropofagia. Ma verrà pure un giorno
che la fiera si appresserà a noi, e si metterà a leccare
i nostri piedi, e ad innaffiarli con le lacrime di sangue dei suoi occhi.
E noi monteremo sulla fiera e innalzeremo la coppa e su questa sarà
scritto: MISTERO (II Grande Inquisitore ne I fratelli Karamazov di Dostoevskij).
La modernità, con la sua pretesa di illuminare tutto, spiegare
tutto, razionalizzare tutto, smontare tutto, vivisezionare tutto, destrutturare
tutto, ha tolto anche al sesso il mistero e quindi l'incanto. Il sesso
vuole zone d'ombra, passaggi sconosciuti e mente sgombra da troppe elucubrazioni.
«Il cazzo non vuole pensieri» dicono saggiamente i napoletani.
Invece del sesso si parla troppo. Il meccanismo è stato sviscerato
in ogni sua componente, se ne conosce ogni dettaglio. Scrive un settimanale
molto diffuso come «L'Espresso»: «Lungo è il
cammino che porta lo stimolo sessuale dall'ipotalamo (la zona del cervello
dove ha sede l'eros) al muscolo liscio del pene causandone il rilassamento
e il conseguente riempimento di sangue delle arterie che lo irrorano
(l'erezione). A portare il messaggio al pene sono i trasmettitori che
viaggiano lungo il midollo spinale fino ai nervi periferici situati
nel pene. Qui, prima dell'arrivo del messaggio erotico, la situazione
è tranquilla: il muscolo del pene è teso e arterie e vene
fanno scorrere il sangue liberamente. Ma quando il neurotrasmettitore
arriva col suo messaggio di eccitazione le migliaia di caverne che formano
il muscolo si rilassano, le spugne del tessuto si gonfiano di sangue,
le arterie si dilatano e irrigano i corpi cavernosi e le vene bloccano
il riflusso sanguigno mantenendo l'erezione. Uno dei messaggeri chimici
che il cervello invia al pene è l'ossido di azoto che viene trasportato
nell'organo genitale da un enzima, il GmpC. È questo enzima che
induce l'erezione e, dopo l'orgasmo, viene distrutto da un'altra molecola,
il Pde5, che ha il compito di ripristinare la quiete» («L'Espresso»,
17 giugno 1999). È chiaro che dopo questa lettura terrorizzante
uno il cazzo non se lo ritrova più, tanto è diventato
piccolo, ci vuole la pila. Il corpo funziona in base a certi automatismi
di cui quello sessuale è uno dei più delicati. Per molte
cose l'ignoranza è meglio della conoscenza. Se io mi metto a
pensare intensamente al meccanismo che mi fa camminare mi paralizzo.
Se lo scientismo ha depresso, per eccesso di conoscenza, l'istinto sessuale
e ucciso il suo mistero e la sua poesia, ha però dato un notevole
impulso all'erotismo che, come abbiamo detto più volte, è
un edificio mentale e quindi razionale. Però l'indigestione di
offerta sessuale, il fatto che la patonza, come direbbe Benigni, venga
sbattuta in faccia a ogni piè sospinto, l'ossessiva esibizione
del nudo femminile, usato spregiudicatamente dalla pubblicità,
dai media e dalle stesse donne che hanno perso persino la loro astuzia
(ai primi del Novecento una signora che per salire sul tram sollevava
di qualche centimetro la lunga gonna mostrando così la caviglia
dava più brividi della tipa che oggi scula in tanga), hanno portato,
com'è arcinoto, alla assuefazione, alla stanchezza, alla noia.
E hanno finito per logorare anche il meccanismo erotico che è
costretto - e questo libro lo documenta ampiamente - a costruzioni sempre
più fantasiose, complicate, contorte, hard, per raggiungere il
suo scopo (che poi è sempre lo stesso: far drizzare questo benedetto
uccello). Siamo diventati tutti degli onanisti.
Molestie sessuali
Se si va avanti di questo passo il rapporto uomo-donna diventerà
impraticabile. Già reso molto difficile da una molteplicità
di fattori legati alla modernità, fra cui, d'importanza decisiva,
la perdita di ruolo del maschio (vedi Ruolo), è ulteriormente
complicato da una serie di garanzie giuridiche e di barrage posti a
difesa della donna contro l'uomo. A questa categoria funesta, vera tomba
del sesso e persino dell'amore, appartengono le molestie sessuali. Bisogna
partire dalla considerazione che per motivi biologici, divenuti poi
anche culturali, tocca all'uomo fare la prima mossa. Infatti checché
se ne pensi, e lui stesso ne dica, l'uomo non è sempre pronto
per il sesso. Nemmeno la donna lo è, ma la sua scarsa predisposizione
ha effetti meno drastici della defaillance del maschio, che rende tecnicamente
impossibile la penetrazione. L'uomo è cacciatore proprio perché
non sempre ha il colpo in canna. Ecco perché tocca a lui aprire
la partita mentre il compito di lei è di farsi inseguire (cosa
che, tra l'altro, attraverso il meccanismo della ripulsa e del divieto,
contribuisce a eccitare il maschio, a metterlo in funzione). C'è
perciò sempre un momento in cui lui deve fare necessariamente
un atto intrusivo nella persona e nella sfera latu sensu sessuale di
lei (una carezza sui capelli o sul collo, uno sfioramente del corpo,
il tentativo di un bacio). Oggi se lei si impunta o, per qualsiasi ragione,
ha intenzione di marciarci, anche atti così lievi possono costituire
molestia sessuale e, nel clima di femminismo sessuofobo, portare a condanne
penali o avere conseguenze comunque pesanti (un impiegato delle poste
di New York e stato licenziato per aver mandato un mazzo di rose a una
collega). Si è creato un clima irrespirabile che ha reso l'uomo
ancor più timoroso di quanto già non sia. Soprattutto
se è in una posizione particolarmente ricattabile. Un banchiere
americano ha confessato che piuttosto che salire in ascensore con una
donna sola (in cinquanta piani può accadere di tutto) preferisce
aspettare il giro successivo. Perché in faccende così
impalpabili e indimostrabili fa testo la parola di lei. L'alternativa
è la verbalizzazione. Possibilmente scritta e certificata. Negli
Stati Uniti circolano moduli in cui i due mettono nero su bianco la
loro intenzione di fare sesso e, a scanso di brutte sorprese (tipo quelle
toccate a Mike Tyson e a Popi Saracino, entrambi condannati a vari anni
di galera perché lei, all'ultimo momento, si era negata), la
donna dichiara anche fino a che punto è disposta a spingersi.
Sono casi limite ma perfettamente inseriti nella tendenza contemporanea
a regolamentare, codificare, giuridicizzare tutto, anche le faccende
insondabili dell'amore. E invece il sesso, per sua natura, vuole un
margine di ambiguità e ha bisogno di un quid di violenza. I primi
no della donna possono essere di pura parata e trasformarsi in sì
senza riserve. Una certa insistenza, un quantum di molestia sessuale,
deve essere consentito al maschio. E una questione di misura e di intelligenza
reciproca, non di codice penale. Un tempo le donne, se non volevano
starci, sapevano benissimo come fartelo capire. Negli anni Cinquanta
e Sessanta quando ballavi un lento e lei ti puntava il gomito sul petto
voleva dire che era meglio lasciar perdere. Se ti poggiava la mano sulla
spalla era un segno neutro. Se ti metteva le braccia al collo e si lasciava
stringere non le dispiacevi, il che non voleva dire ancora nulla se
non che eri autorizzato a fare la mossa successiva e così via.
Il linguaggio sessuale, erotico, amoroso ha i suoi codici, anche abbastanza
precisi, ma rientrano nell'inespresso, nel non detto, fanno appello
alla sensibilità di ciascuno, non possono appartenere all'esplicito
e ancor meno al giuridico. Altrimenti è la fine di ogni attrattiva,
di ogni incanto, del gioco stesso della seduzione e allora, piuttosto
che ricorrere alla modulistica, è meglio soddisfarsi da soli
dietro una siepe. In un divertente libretto, "II più grande
uomo scimmia del Pleistocene", di Roy Lewis, un giovanotto dell'età
della pietra adocchia una ragazza di un altro clan e cerca di acciuffarla,
ma lei scappa. La ragazza è leggera, agile, veloce. Scavalcano
monti, risalgono valli, guadano fiumi, lei davanti lui dietro. schiumante.
Ad un certo punto ne perde anche le tracce, finché scollinando
la vede in una radura, appoggiata a un albero, le braccia allargate
in atteggiamento di abbandono, sorridente. Lo guarda e, spalancando
gli occhioni, fa: «Oh, ma sei tutto sudato»
Mutandine
"Alter ego" della fica. Vivono in una tale, intima, simbiosi
da costituire una sorta di "doppio", dove le mutandine rappresentano
la cultura e la fica la natura. Togliere o abbassare le mutandine a
una donna significa spogliarla del suo involucro culturale e sociale
e ricondurla, materialmente e simbolicamente, alla sua condizione di
femmina, degradarla da persona, con uno status, un orgoglio, una dignità,
ad animale. Il passaggio dal vestito al nudo, dalla donna alla femmina,
è più evidente se le mutandine restano abbassate invece
di essere tolte completamente. Se infatti lei è interamente nuda
viene meno il termine di raffronto. C'è la femmina, ma manca
la donna. Una donna è veramente nuda, in quanto donna, solo quando
è semivestita. Perché la degradazione rilevi è
quindi necessario che sul corpo nudo di lei resti qualche elemento che
ricordi la donna. Possono essere gli orecchini, la collana, i braccialetti,
l'orologio, la catenella intorno alla vita o al piede, il reggiseno,
la camicetta, le scarpe. Ma con le mutandine a mezz'asta c'è
qualcosa di più. Non solo perché sono l'ultimo indumento,
il più intimo, la fica in chiave simbolica, ma perché
sono state tirate giù laddove gli altri elementi dell'abbigliamento
restano su. Le mutandine abbassate sono dignità e orgoglio di
donna abbassati e degradati, la collana o la camicetta o le scarpe sono
quanto ne rimane. Con le mutandine a mezz'asta è lei stessa a
mezz'asta, non più completamente donna ma non ancora interamente
femmina. Per cui l'uomo può godere, contemporaneamente, di entrambe,
della donna degradata e della femmina nuda. Le mutandine hanno un fondo.
Ispezionarlo è la violazione massima dell'intimità di
lei. Guardare la nudità di una donna, anche nei suoi anfratti
più nascosti, implica solo un giudizio sul suo corpo, ma guardare
il fondo delle sue mutandine significa sottoporre a esame le sue emozioni
più segrete, la sua personalità e soprattutto la sua pulizia
che è l'intrusione capitale. Perché nel mondo moderno
e borghese, la pulizia, il decoro, l'ordine hanno un valore primario,
tanto che il passaggio dal Medioevo all'età borghese può
essere definito anche come il passaggio dallo sporco al pulito (Lo sporco
e il pulito. L'igiene del corpo dal Medioevo a oggi, G.Vigarello, Marsilio
1988). Non essere trovate "in ordine" imbarazza terribilmente
le donne e penetrare quest'ultima intimità è il privilegio
assoluto dell'amante. Non possiede la propria donna chi non conosce
il fondo delle sue mutandine. Il resto è un optional. La discesa
delle mutandine è il momento della verità, il più
emozionante, soprattutto se si tratta della prima volta. È la
dichiarazione di resa e la presa di possesso. Bisognerebbe poter rivedere
al ralenty l'istante in cui le mutandine, sotto la cedevolezza resistente
dell'elastico, che dilata e ritarda per qualche attimo la capitolazione,
lasciano con un lievo scatto gli umidori del sesso, rivelando il proprio
interno, ormai vinte, per poi discendere fluidamente, con un leggero
fruscio, lungo le gambe
Le mutandine hanno da essere usuali, senza svolazzi, comprate in negozi
normali, stando alla larga dagli specializzati nell'intimo
(espressione già di per sé volgarissima), di colore classico,
bianche o nere, o, per la donna che voglia sbandierare fin da subito
la propensione masochista, rosa o azzurre. I pizzi, i volant, i nastri,
gli orpelli vanno lasciati alle cinquantenni che hanno la necessità
di puntare sull'involucro più che sul contenuto. Infiocchettare
la fica va bene, ma non bisogna esagerare. Da evitare i colori violenti,
inusuali, il rosso, il viola, il verde, il giallo, le mutandine tigrate
o leopardate e quelle che hanno un'apertura in mezzo e che si comprano
nei sex shop insieme al vibratore (vedi voce). Lei non è una
troia da casino, ma la ragazza della porta acanto che deve essere ridotta
a troia da casino. Quando in un libello che la pretende a erotico trovate
espressioni come «Non mi sono messa le mutandine per fare prima»
potete buttarlo subito nella pattumiera: si tratta di un romanzacelo
pornografico e anatomico buono per serve che si mettono il borotalco
nel culo. Nel miglior romanzo di Alberto Moravia, Gli indifferenti,
il massimo della tensione viene raggiunto quando lui, dopo averci girato
intorno a lungo, le toglie le mutande. Con le sue mutandine si possono
fare molti giochi divertenti, sui quali però non è il
caso di insistere, nemmeno in questa sede. In ogni modo, com'è
arcinoto, le mutandine si sfilano lentamente, facendole assaporare la
capitolazione, e poi tenendole per un lembo con due dita, con un'aria
un po' disgustata, le si sventolano per un attimo, come un trofeo, prima
di mandarle con un gesto leggero, in cui non manca una sfumatura di
disprezzo (In inglese «Knickers!» (mutandine femminili)
è un'esclamazione spregiativa), a raggiungere sul pavimento il
collant e gli altri indumenti caduti sul campo. Perché il destino
inesorabile delle mutandine, indossate al mattino con orgogliosa sicurezza,
è di fare una fine ingloriosa. A festa conclusa gliele si restituisce,
porgendogliele con un sorriso ambiguo. C'è sempre qualcosa di
affrettato, di imbarazzato e di indispettito quando lei se le rimette.
Lasciata alle spalle la femmina si rende conto, rientrando con quel
gesto nei suoi panni quotidiani, dell'onore perduto come donna. Ma proprio
il gesto di tirarsele su, mentre per un istante ancora restano sospese
come un ponte fra le gambe, sconciate, prima di riprendere la posizione
e la funzione cui sono, almeno apparentemente, destinate, sottolinea
l'irrimediabilità dell'oltraggio (perché se le ritira
su vuol dire, lapalissianamente, che erano state tirate giù).
Le mutandine, per la loro capacità evocativa, mantengono una
forte carica erotica anche da sole. La loro autonomia è confermata,
oltre che dal feticismo che si concentra su questo indumento più
che su ogni altro, dal fatto che in epoche più pudiche non potevano
essere nominate, alla pari degli organi sessuali, e venivano chiamate
les inexpresseblies, le indicibili. E ancora oggi si preferisce parlare
di slip (che sono anche da bagno e quindi più neutri) o, nel
lessico familiare, di braghette che è un termine vago e onnicomprensivo.
Se i due elementi del "doppio" possono, dal punto di vista
erotico, esistere anche a se stanti, è indubbio però che
è in simbiosi che raggiungono la loro massima potenza sinergica.
Poche posizioni sono così oscene come quella di lei con le mutandine,
ridotte a un sacchetto vuoto e grottesco, tese fra le ginocchia allargate.
Non c'è solo la funzione degradante di cui s'è parlato
(il segnale che sta abbandonando il suo status di donna che però
l'indumento, ancora indosso, ma distolto, richiama), c'è che
in questa situazione lei espone nudo, contemporaneamente, il suo "doppio"
sesso: quello naturale e quello simbolico, l'interno delle gambe e l'interno
delle mutande. Ma questa sinergia opera anche quando le mutandine stanno
correttamente al loro posto. Accarezzare il sesso di lei da sopra le
mutande è uno dei piaceri più puri, fa percepire pienamente
la fica col vantaggio di avere al tatto una superficie liscia e coerente
invece che una carne frastagliata, informe, fradicia e vagamente disgustosa.
La simbiosi tocca la perfezione quando lei le bagna, dando silenziosa
e inequivocabile notizia di una resa già totale. (Credo non ci
sia nulla di più elettrizzante di una donna interamente abbigliata
e solo sfiorata che, con candore disarmante, ti confessa: «Sono
tutta bagnata». Dove in quel tutta c'è il suo identificarsi
col proprio sesso; l'abbandono alla femmina nel momento però
in cui, vestita, è ancora donna). Essenziali e insostituibili,
tanto da far sorgere l'interrogativo di come gli uomini riuscissero
ad eccitarsi nelle epoche buie in cui le donne non le portavano, le
mutande cominciano ad essere usate abitualmente con la Rivoluzione industriale
e la produzione di massa dei tessuti. Prima l'ultimo indumento era la
camicia, da cui l'ormai obsoleto e incomprensibile «restare in
camicia» sostituito da «restare in mutande» (Enciclopedia
illustrata del Costume, Accademia). La civiltà occidentale ha
inizio con le mutande che, dopo una lunga evoluzione e vari aggiustamenti
(caleçons. mutandoni di batista lunghi fino alla caviglia o al
ginocchio, calzoncini con i bottoni, culottes), trovano la loro perfezione
e l'apogeo nel bikini (che valorizza contemporaneamente anche il seno
staccandolo dal resto del corpo) che non a caso prende il nome da un
atollo ove fu sperimentata l'atomica. La Bomba e il bikini sono l'emblema
della moderna civiltà industriale. E le mutandine, insieme al
cesso in casa, anche la sola innovazione che la giustifichi.
N
Nascite
Noi maschietti possiamo fare i duri e i bulli quanto vogliamo ma siamo
tutti, inesorabilmente, nati da donna. E orribile, se ci pensi.
No
All'inizio la donna dice no. Ma è una negazione bifida, che
può significare no quanto sì. E l'eterno rompicapo maschile:
Ci sta o non ci sta? La dà o non la dà? Dopo che il no
iniziale è diventato sì non è finita. Il corpo
di una donna è pieno di no. Ma questi sono meno tormentosi perché
si tramutano quasi sempre in sì. Che una donna sia capace di
darsi con tutta se stessa, emotivamente e fisicamente, non è
un luogo comune o una frase fatta. E la verità. C'è
però un no della donna terribile e irrevocabile, un no per sempre.
È il no che chiude la relazione. E non importa se è stata
lei a lasciare o se è stata lasciata, parlo del no interiore
con cui una donna, si trovi nell'una o nell'altra situazione, decide
che per lei una storia è finita. Per quanto sia stata coinvolta,
la donna, essere vitale, e capace di dare un taglio netto al passato,
di rimuoverlo come non ci fosse mai stato, per guardare esclusivamente
al futuro, «Domani è un altro giorno» può
dirlo solo Rossella O'Hara, cioè una donna. La donna non ha memoria,
o non vuole averla, dimentica, ha persino una scarsa attitudine per
la storia perché sente il passato come un appesantimento, un
impiccio, un fardello (è la tesi di Nietzsche, natura intuitiva,
femminile, in quello straordinario saggio intitolato Sull'utilità
e il danno della storia per la vita). Per lo stesso morivo la donna
è terribilmente analitica, ma incapace, in genere, di sintesi,
perché la sintesi vuole uno sguardo dall'alto che comprenda non
solo ciò che è ma anche ciò che è stato.
L'uomo, creatura molto più fragile, fuco malinconico con lo sguardo
perennemente rivolto verso una mitica Età dell'oro, è
incapace di questi tagli radicali. Anche quando è stato lui a
lasciare il suo no quasi mai è veramente definitivo. Non ama
i distacchi irrevocabili e, in fondo, vorrebbe sempre accanto a sé
tutte le donne che hanno contato qualcosa nella sua vita. E l'intuizione
di Fellini nella scena conclusiva di 8 e 1/2. Quando un uomo, dopo qualche
tempo, incontra una donna con cui è stato a letto si aspetterebbe
da lei un cenno, un segno di complicità che alluda almeno a ciò
che c'è stato. Ma la donna quasi mai lo dà. E lui ci resta
male e si infuria, vorrebbe gridarle: «Non ti ricordi, puttana,
che ti sei lasciata fare questo e questo eppoi ancora questo? E inutile
che adesso, con quella faccia da schiaffi, tu finga il nulla, io ti
conosco, mascherina». Naturalmente non dice nulla, sta zitto.
Nonostante sia un gran millantatore di avventure inesistenti l'uomo
conserva invece, curiosamente, un certo rispetto e pudore, anche postumi,
per la privacy delle proprie donne (sono le ex mogli semmai che spifferano
tutto sul comportamento sessuale dei mariti, soprattutto se famosi).
Ma questo atteggiamento di indifferenza verso ciò che cè
stato, che amareggia, umilia ed esaspera l'uomo, è perfettamente
naturale nella donna. C'è stato un giorno in cui, dopo tanti
sì, ha detto no, il suo terribile no. E ora si è semplicemente
dimenticata. Non lo fa per cattiveria, è strutturata così.
Invidiabile anche per questo.
Non (ho nulla da mettermi)
Canonica esclamazione femminile. Lei può avere cento vestiti
e cinquanta paia di scarpe, essere emancipata, moderna e manageriale,
ma se le proponete senza preavviso anche il più banale e innocuo
avvenimento mondano, subito si leva il gridolino scandalizzato e vagamente
rimproverante: «Ma non ho nulla da mettermi!»
Lei può impegnarti in discussioni intellettuali, profonde e persino
spirituali, ma al culmine del discorso si ferma e, tirandosi da una
parte un ciuffo o alzandolo sulla fronte o raccogliendolo, ti chiede:
«Scusa, ma i capelli mi stanno meglio così o così?»
O li pone altri interrogativi angosciosi, a scelta: «Come mi cade
questa giacca? Non ti pare che questo golfino faccia troppe pieghe?
Hai visto la mia nuova camicetta?» La frivolezza è ciò
che salva la donna, che la rende tollerabile. La alleggerisce della
altrimenti insostenibile pesantezza di essere, al fondo, colei che da
la vita e da cui nasce la vita.
Nove settimane (e mezza)
Adesso non si può più nemmeno darsi ai vizi: li hanno
tutti.
Nuca Sottovalutata.
È tenera e particolarmente indifesa perché e la sola
parte del proprio corpo che la donna non può vedere e controllare.
Inoltre è coperta dai capelli. Sollevandoli lei si denuda anche
se è già nuda. È uno strip che non ha bisogno dei
vestiti. In un certo senso è come se rivelasse una seconda pelle,
come quando mostra un pube completamente depilato. Ma offrire la nuca
è un gesto infinitamente più delicato e sensuale, eccitante
soprattutto se lei è ancora vestita perché è un
abbandono, che ne sottintende, evoca e promette altri.
Nudo
Che il nudo non sia erotico è un fatto. Perché la natura
non è erotica. Un bel cielo, un paesaggio, un orrido ci possono
commuovere ma non ci eccitano. Lo sapeva già il buon Dio che
creò l'uomo e la donna senza peccato e li mise perciò
nudi in quel luogo mortalmente noioso che doveva essere il Paradiso
Terrestre. L'erotismo nasce con la foglia di fico. Cioè col vestito.
Che il nudo non inviti a peccare è ben presente a quei grandissimi
psicologici e conoscitori dell'animo umano che sono i preti. Scriveva
agli inizi del Seicento Fra Bartolomeo de las Casas, che fu il primo
vescovo dell'America ancora indiana: «Vi è anche un altro
argomento della temperanza di questa gente circa gli atti venerei, e
cioè il loro andar scalzi, e anche più se vanno del tutto
nudi, perché questo scaccia il desiderio e smorza l'inclinazione
a quel vizio...» Ma anche senza ricorrere alla sapienza di Santa
Madre (vedi Chiesa), è esperienza comune, di chiunque sia stato
almeno una volta in un campo di nudisti, che l'eccitazione arriva la
sera, quando le ragazze si rivestono. Il nudo dunque non è erotico
per natura. Ma ci sono anche altre ragioni, culturali e psicologiche.
Il nudo toglie il mistero e il piacere della scoperta. L'uomo vuole
vedere quello che c'è sotto, ma perché questo sia possibile
bisogna che esista un sopra. Quello verso il nudo è un viaggio.
E tutti sappiamo che i momenti più eccitanti di un viaggio sono
l'attesa, la preparazione, la partenza, il percorso. La meta è
immancabilmente deludente. Perché la realtà non può
nulla contro la fantasia. Il nudo accorcia brutalmente le tappe, tarpa
le ali all'immaginazione, elimina il viaggio, lascia solo la meta. E
se all'uomo togliete il viaggio, il gusto della scoperta, il mistero
da svelare, è perduto. Come un bambino cui diciate subito la
verità invece di raccontargli una fiaba. E l'uomo è un
bambino anche da adulto, mentre la donna è adulta anche da bambina.
La donna vive la realtà, l'uomo il sogno, ha bisogno sempre di
andar oltre (o sotto, visto che parliamo di vestiti). E Ulisse che oltrepassa
le colonne d'Ercole, Penelope resta a casa a tessere la tela. Quindi
anche nella questione del nudo l'atteggiamento dei due sessi è
molto diverso. Mentre il maschio prova un'attrazione morbosa, mista
a timore sacrale, per il corpo nudo della donna, tanto che, per aumentare
il proprio piacere, vuole arrivarci a tappe, per gradi, delibandolo
poco a poco, lentamente, come si spillano le carte del poker, nella
donna la curiosità per il nudo maschile è relativa e per
lo più circoscritta agli organi sessuali di cui le interessa
l'efficienza. Non si sono mai viste ragazze adolescenti tappezzare di
fori le cabine e guardare dal buco della serratura per spiare i loro
coetanei nudi. Alla donna piace essere guardata, molto più che
guardare (vedi Voyeur). Lo strip-tease è un gioco per maschi.
E se negli ultimi anni si è affermato, sia pur marginalmente,
anche uno strip degli uomini è perché la donna si è
appiattita sullo stereotipo maschile. Inoltre c'è un altro elemento
per cui lo strip-tease è estraneo all'interesse della donna.
Nel guardare, interamente vestiti e in gruppo, una ragazza che si spoglia
e si leva lentamente tutti i simboli della sua individualità
e del suo status di persona gioca l'eterno bisogno dell'uomo di oggettivare,
umiliare, ridicolizzare la donna. E non c'è dubbio che la posizione
di chi si mette progressivamente nudo davanti ad altri vestiti sia ridicola
perché, soprattutto se la cosa non avviene in un locale pubblico
a ciò deputato ma in una casa privata, c'è un contrasto,
una incongruità, una condizione di inferiorità, una perdita
di rispettabilità, ci sono cioè tutti gli elementi del
ridicolo (vedi Riso). Un uomo si eccita a vedere una donna che da di
sé questo degradante spettacolo. Invece la donna non ha alcun
interesse a trovarsi davanti un maschio ridicolizzato e degradato, lo
vuole anzi forte, importante, virile per poterselo meglio godere e spolpare
a letto, quando si gioca la vera partita. Il sadismo della donna è
molto meno elementare, più nascosto, più sottile, più
profondo, interviene in seconda battuta. In più, sotto il profilo
del ridicolo, c'è una differenza sostanziale fra i genitali femminili
e quelli maschili: la fica fa ribrezzo ma, proprio per questo, è
tutt'altro che ridicola (nello strip ridicola non è la
nudità in sé della donna ma la situazione in cui viene
esibita), il pene floscio, molle, pendulo, inoffensivo e i testicoli
cascanti suscitano invece un'istintiva ilarità (non a caso nello
strip maschile lui conserva comunque un minuscolo perizoma, non per
pudore, non per limiti di censura - la fica è infinitamente più
oscena - ma per evitare il grottesco). Se quindi lo strip femminile
eccita l'uomo, anche al di là dell'aspetto voyeuristico, perché
umilia e ridicolizza colei che lo fa, quello maschile deprime, per gli
stessi motivi, l'eros della donna. La donna, semmai, si eccita a vedere
ridicolizzata e umiliata, davanti agli uomini, un'altra donna, l'eterna
rivale. Per questo può capitare abbastanza di frequente di vedere
donne che assistono, insieme ai loro partner, allo strip-tease. Piace
alla donna, protetta dalle sue sagge vesti, poter guardare, osservare,
scrutare, ispezionare, criticare il corpo nudo e indifeso di un'altra
donna. Inoltre può attuare un transfert, traslocando i desideri
maschili, che sente puntati sulla spogliarellista, su di sé ma
senza compromettersi e senza esporsi. II recente fenomeno delle "cubiste",
che si esibiscono in locali pubblici frequentati sia da uomini che da
donne, e che vengono chiamate anche in feste private, ha fra le sue
motivazioni, oltre al consueto voyeurismo dell'uomo, anche il sadismo
della donna sulla donna e i piaceri trasversali che essa ne può
ricavare. Il tema dello strip-tease ci ricollega alle ragioni più
profonde per cui il nudo femminile non è erotico. Se, seguendo
Bataille, l'essenza dell'erotismo è la profanazione della donna,
la sua riduzione a femmina, ad animale (vedi Atto sessuale), questo
può avvenire solo attraverso un processo, un passaggio da un
grado superiore, la donna vestita, ad uno inferiore, la femmina nuda.
La svestizione è questo processo, gli indumenti che cadono e
quelli che restano su ne sono le indispensabili tappe e, insieme, ciò
che consente di rimarcare e rendere sensibile la degradazione (vedi
Mutandine). Una donna già nuda non può essere degradata.
È solo una femmina nuda, un animale. E non si può profanare
un animale. Si può profanare solo un uomo. Cioè una donna
vestita. Se poi l'abbigliamento di lei denuncia l'appartenenza di classe,
la profanazione e il piacere si allargano all'intera classe cui la donna
appartiene, uomini compresi. L'altra condizione perché ci sia
la profanazione è che sia percepita come tale non solo da lui
ma anche da lei. E qui entrano in gioco le categorie fondamentali del
pudore e della vergogna (vedi Pudore). Tanto più tali elementi,
veri o simulati, sono presenti nella donna, tanto maggiore è
il sacrilegio. Il vestito è il segnale che lei accetta le convenzioni
del pudore e della vergogna. Il nudo invece è spudorato e svergognato.
Infine c'è un'ultima ragione per cui il nudo non è sexy.
Se infatti a lui impedisce l'esplorazione e la scoperta, a lei preclude
il gioco della seduzione. Una donna nuda è come la pallina della
roulette quando si è già posata sul numero. I giochi sono
fatti. Rien ne va plus. Nuda lei non ha alcun margine: non può
allungarsi pudicamente il vestito sulle ginocchia, lisciarselo, tirar
su una spallina caduta, baloccarsi con la collana, speculare sulla scollatura,
sull'accavallarsi delle gambe sotto la gonna, sul "ti vedo e non
ti vedo", non può insomma accennare nessuno di quei gesti,
di quegli "attuzzi e moine", che fan parte da sempre del gioco
dello charme. Una donna nuda e cruda come una bistecca può piacere
solo agli affamati.
* Questo, naturalmente, vale in via del tutto generale.
Perché l'erotismo, essendo basato sulla mente, è terreno
fertile per ogni alambicco, presenta un'infinita gamma di sfumature
e di possibilità, almeno quante ne può contenere il cervello
umano. Per cui, come documentano le pubblicazioni specializzate, c'è
anche chi si eccita ad avere rapporti con donne gravide e a volte solo
se gravide (in questo caso però bisogna contare su qualche gentile
precursore). Un altra curiosa mania è quella di coloro che sono
attratti da donne prive di un arto o di parte di esso. In genere si
tratta della gamba o del piede. Questa perversione, se tale è,
si chiama monopede mania.
** Non è certamente un caso che l'amour-passion
(vedi Passione) non contempli i figli: i due amanti possono averne avuti
da relazioni precedenti ma non ne fanno insieme.
*** Fin dai primordi l'uomo ha visto la donna sotto
questo duplice aspetto: Ishtar, una dea egea, preellenica, la cui figura
era diffusa in tutto il Mediterraneo, è la vergine"
ma anche la "Grande Prostituta", così come Shing-Moo,
la Vergine Madre cinese, è anche la patrona delle puttane.